Il re è nudo. Brevi considerazioni sulla letteratura giuridica contemporanea
di Paolo Franceschetti
Molti di voi si sentiranno a volte tristi, scoraggiati, frustrati, perché, leggendo alcune pagine di Gazzoni, o di Bianca, o del Galli, solo per rimanere ai testi più diffusi, non riescono sempre a comprenderne il contenuto. In questi momenti sorgono in molti di voi i seguenti pensieri: 1) sono l’unico che non riesce a capire queste frasi; 2) gli altri sono tutti più intelligenti di me; 3) forse sarà il caso di accettare quel posto di cameriere al bar di mio zio.
Abbiamo una notizia importante. Non siete voi a non capire talvolta il criptico linguaggio con cui alcuni autori scrivono, ma sono proprio questi testi che sono scritti male.
Purtroppo il panorama delle pubblicazioni giuridiche è talvolta desolante. In alcuni settori del diritto esiste una notevole varietà di manuali che possono definirsi da sufficienti a eccellenti (ad esempio per il diritto commerciale o penale). In altri settori, invece, come le obbligazioni, la tutela dei diritti, i contratti, il diritto amministrativo, il numero di opere su cui si può effettivamente studiare è basso, quando addirittura non è vicina allo zero assoluto. Il motivo di questo desolante panorama dottrinale è da ricercarsi nel sistema di funzionamento dell'università italiana, ove la classe docente è reclutata con metodi che quasi nulla hanno a che fare con il merito.
A questo motivo se ne aggiunge un altro. Una specie di snobismo intellettuale per i testi troppo semplici, quasi come se esistesse l’equazione testo difficile = testo dal contenuto molto elevato. Anni fa parlai con un professore attualmente piuttosto famoso, che ha al suo attivo molti saggi e voci di enciclopedie. Mi disse (come se stesse esprimendo un concetto assolutamente ovvio) che più scrivi in linguaggio oscuro e più ti prendono in considerazione. E un mio amico, ora ricercatore, mi dice che prima scrive il testo e poi provvede a modificarne la forma affinché sia pubblicabile (cioè rende la forma complicata).
Ecco perché "la conseguenza del principio di legalità" diventa il "precipitato logico-giuridico del principio di legalità"; l’accordo verbale, nullo per mancanza di forma, diventa "la fattispecie emergente a livello fattuale ma inconferente a livello giuridico perché patologicamente viziata per inottemperanza all’obbligo di riproduzione cartacea" e così via.
Ne consegue che la nostra produzione scientifica è quella che tutti possono constatare: la maggior parte dei libri, infatti, non è solo di difficile comprensione, ma spesso così carente dal punto di vista del contenuto da far sorgere il fondato sospetto che l'autore non abbia capito nulla di quello che ha scritto. Per tacere di alcune voci enciclopediche e opere collettive che a volte sfiorano il comico. Non è un caso se i libri migliori sono spesso opera di magistrati, notai o professionisti vari, più sensibili alle esigenze del lettore e meno impegnati a far bella figura sfoggiando una cultura che spesso è solo apparente (ad esempio molti autori citano studiosi francesi, inglesi e tedeschi, ma ignorano i più elementari testi di Betti, Messineo, Trabucchi o Rescigno).
Voci ben più autorevoli della nostra hanno rilevato la stessa situazione. Il miglior testo sul contratto in generale (alludiamo al Sacco-De Nova) dedica un intero paragrafo al linguaggio usato dalla dottrina, spesso volutamente fumoso e ambiguo; linguaggio che a volte nasconde semplicemente la non originalità di pensiero, altre volte nasconde (e neanche tanto bene) una vera e propria carenza di preparazione di base. Mentre Gorla, nella sua opera "Il contratto", scrive che "i giuristi, con le loro astruse concettualizzazioni, hanno fatto del diritto, specie di quello civile, una selva selvaggia".
Chi volesse verificare ciò che diciamo non deve far altro che confrontare i vecchi classici del diritto civile (Betti, Gorla, Santoro Passarelli, Barbero, Messineo, Torrente, Trabucchi, De Cupis, Rubino) con gli autori attuali; i primi sono a volte complessi, in alcuni casi prolissi; taluno troverà le loro teorie superate. Sono però sempre giuridicamente rigorosi e coerenti e praticamente tutti sono alla fine comprensibili.
I testi attuali sono sempre di difficile comprensione, quando non del tutto incomprensibili; spesso per niente rigorosi e coerenti, con contraddizioni all'interno dello stesso testo.
Alcuni esempi: alzi la mano chi è riuscito a leggere fino alla fine la voce "Transazione" dell'enciclopedia del diritto; mentre le leggende narrano che la voce "Responsabilità civile" a cura di Salvi, sull'enciclopedia del diritto, sia usata dalla magistratura (non come testo di studio, ma) come strumento di tortura per estorcere confessioni ai criminali più incalliti, i quali cominciano a cantare già dopo la lettura del secondo capitolo. Quanto a Gazzoni, voci di corridoio ci informano che abbia scritto il capitolo sulla causa del contratto in modo così astruso che non lo capisce neanche lui (cosa mai avrà voluto dire asserendo che la causa attiene all'interesse dei contraenti, ma il giudizio di meritevolezza dell'interesse - art. 1322 - non attiene alla causa, bensì al tipo?). Infine per una tranquilla e divertente serata tra giuristi amici consigliamo di leggere ad alta voce i paragrafi da 3 a 10 del Pagamento dell'indebito, sul Commentario breve al codice civile, a cura di Cian-Trabucchi, magari mettendo in palio un premio per chi riesce a dargli un senso.
In conclusione. Non sentitevi scemi. Scegliete un testo facile.
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