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La tentazione "tecnicista" nel concorso per uditori giudiziari.
di Rodolfo Costa
Al termine della terza prova preselettiva per l'ammissione alla prova
scritta del concorso per uditori giudiziari e nelle more, incerte come
ormai di abitudine, del nuovo bando (il penultimo, a quanto pare, con
questo criterio di selezione dei candidati), si può dire di essere a metà
del guado e sembra possibile svolgere alcune impressioni generali su
questo sistema di reclutamento dei magistrati.
Innanzitutto questa parentesi, che dura ormai da quattro anni ed è
destinata a proseguire per almeno altri due anni e mezzo, si può a
ragione dire che abbia caratterizzato decisamente una intera generazione
di giovani giuristi in formazione ovverosia l'intera fascia dei
venticinquenni-trentacinquenni (e ultra) che in questo lustro ha dovuto
modulare aspirazioni e scelte di studio e di lavoro in modo anche
drastico. Sotto questo aspetto la vicenda dei <<quiz>> rappresenta un
segno dei tempi: è spietata come la maggior parte delle dinamiche
lavorative e sociali di questi anni e allo stesso tempo è indifferente
alla opinione pubblica poiché riguarda un settore particolare della vita
istituzionale del paese e quindi non ha la visibilità sufficiente a
destare interesse al di fuori del suo ristretto ambito, neanche in
relazione al più generale dibattito sulla crisi della giustizia.
Come è noto, l'attuale criterio concorsuale fu introdotto dal Ministro
Flick nel '98 nel più ampio contesto della riorganizzazione della
pubblica amministrazione disciplinata dalle Bassanini e proprio in
virtù di questa previsione legislativa la preselezione è stata mantenuta, nonostante le
immediate critiche, per una questione di gerarchia delle fonti. In
questo stato di cose, dunque, l'unico modo di modificare questa riforma
è quello di varare un'altra riforma, che è stata promulgata nel marzo di
quest'anno e che finora non ha visto alcuna disciplina di esecuzione.
Questo sistema aveva dichiaratamente uno scopo di efficienza della
selezione e del reclutamento ai sensi del disegno costituzionale, che di
fatto tendeva soprattutto a ridurre in maniera significativa il numero
dei candidati che arrivassero a portare a termine le prove scritte. Al
riguardo è opportuno ricordare che negli anni immediatamente precedenti
alla introduzione della preselezione il numero dei candidati che
<<consegnavano>> agli scritti oscillava in media tra i 2.300 e i 2.700 per
ogni concorso, nonostante la quantità sempre molto elevata di domande
(16.000-20.000), per effetto di una sorta di selezione naturale.
Lo scopo della riforma era quello di portare al tetto fisso di 1750 il
numero di candidati da esaminare: ebbene, nella tornata del '99, con un
archivio di circa 5.500 quesiti, il numero degli ammessi agli scritti fu
di oltre 3.000 con zero errori, risultato che vanificava nei fatti la
riforma medesima portando all'Ergife un numero di candidati
corrispondente, se non superiore, a quello delle stagioni più affollate.
Dopo un periodo estenuante tormentato dal conflitto dei ricorsi e degli
appelli, che meriterebbe un articolo a parte (gli scritti furono
espletati oltre sei mesi dopo le preselezioni!), nel 2001 veniva
introdotto l'archivio attuale con 15.600 quesiti di tutte e tre le
materie di esame e l'intera procedura concorsuale veniva condensata in
meno di sei mesi, in una specie di contrappasso rispetto al concorso
precedente. Questa volta erano stati ammessi agli scritti 1.808
candidati, fino ai nove errori compresi. Infine, nella prova dello
scorso mese, con archivio immutato, si è raggiunto l'obbiettivo dei
1.754 ammessi, a concorrenza dei cinque errori.
Ma questa è soltanto la prima parte della storia, infatti gli scritti
dei due concorsi <<informatizzati>> costituiscono il secondo, sostanzioso,
capitolo della vicenda in quanto sono indicativi delle reali intenzioni
delle commissioni: il contratto assistenziale e le false comunicazioni
societarie piuttosto che le convenzioni patrimoniali dei coniugi e
l'indebito arricchimento della pubblica amministrazione rappresentano la
dichiarata volontà degli esaminatori di selezionare candidati in grado
di affrontare un discorso strettamente tecnico-giuridico completamente
scollato dalla comune base metodica fornita dai manuali istituzionali e
dalla trattatistica corrente. In più, in questo concorso (come nei
prossimi due) le prove scritte saranno ridotte a due
da sorteggiarsi fra le tre canoniche in sede di esame: in altre parole
il candidato sarà testato <<a campione>> e se gli toccherà di affrontare
soltanto un tema di amministrativo e uno di penale dovrà dimostrare una
piena padronanza delle specificità giuridiche di entrambe le materie
senza potersi appellare alla possibilità di bilanciare le carenze in una
di queste (generalmente amministrativo) con la più accurata preparazione
nelle altre due.
Da questa fitta sequenza di fatti scaturisce una riflessione di fondo.
Per quanto riguarda il merito del sistema concorsuale, appare evidente
che esso è strutturato secondo un criterio a <<doppia lama>>: a una fase
gestita direttamente da via Arenula e caratterizzata dalla notoria
aridità dei quesiti della preselezione informatica, segue una fase
gestita dalla commissione che invece calca la mano sulla versatilità
giuridica del candidato nelle prove scritte, secondo una tendenza già
evidente nelle tracce assegnate durante gli anni '90, e l'effetto di
questa differenza di potenziale fra le prove è stato principalmente uno:
lo spiazzamento dei concorrenti. Infatti, un medio candidato, non
necessariamente neolaureato, tende a fare esclusivo riferimento alla
formazione manualistica (Trabucchi, Gazzoni, Mantovani ecc.) e ai
sussidi ricevuti in qualche corso di preparazione. Dalla pubblicazione
degli archivi è invece costretto a compiere il ben noto sforzo
meccanico-mnemonico per circa tre mesi, dopo di che gli vengono
assegnati poco più di una quarantina di giorni per riprendere e
<<chiudere>> la preparazione vera e propria.
In sede di prova scritta, infine, viene messo di fronte a tracce molto
tecniche che presuppongono una profonda conoscenza della legislazione e
della giurisprudenza nonché un senso giuridico che soltanto una annosa
dimestichezza con la vita del diritto può fornire.
Gli esiti dei concorsi hanno quindi premiato per lo più coloro che per
istinto, spiccata propensione al ragionamento giuridico, studio
personalizzato sono riusciti a rispondere a tracce siffatte in modo non
pedantemente manualistico, se pure, stando alla media dei voti
assegnati, qualitativamente quasi sempre appena sufficiente.
Per cercare di capire questo pervertimento del legislatore e del potere
esecutivo nella disciplina e nella gestione del reclutamento dei
magistrati, si deve fare una considerazione di ordine generale: il
concorso per uditori giudiziari rappresenta nell'attuale mondo del
lavoro uno degli ultimi concorsi di impianto tradizionale, e cioè una
prova pubblica dove il requisito specifico necessario e sufficiente per
parteciparvi è rappresentato dal semplice titolo di laurea.
Forse è proprio questo il punto che ha provocato la tempesta
sull'accesso alla carriera giudiziaria; oggi, infatti, il titolo di
laurea tende ad essere degradato al ruolo di pre-requisito, quasi come
uno dei dati anagrafici, al quale devono accedere titoli di secondo
livello come specializzazioni, master, scuole o altre esperienze, che
concorrano tutti a formare il requisito richiesto da quel particolare
datore di lavoro. L'ordine giudiziario non è un qualsiasi datore di
lavoro e quindi non può <<managerializzare>> le proprie strutture
selezionando il personale in base a qualifiche specialistiche o ad altri
criteri particolari, e questo è un punto di rilievo costituzionale che
va a confluire nelle acque alte dei massimi sistemi rappresentati dai
modelli di amministrazione della giustizia in gioco nel dibattito
corrente sulle riforme: magistratura burocratica e politicamente non
responsabile contro sistemi ispirati al common law con magistrati in
vario modo controllati dalla comunità e dalla <<politica>>.
Curiosamente, il reclutamento sembra non rappresentare nemmeno una
questione, dando per scontato, evidentemente, che esso rappresenti un
semplice corollario del complessivo rinnovamento dell'ordinamento,
mentre in realtà rappresenta l'anello di congiunzione tra il
problema generale della formazione e quello della disciplina della
funzione giudiziaria, concentrando così su sé stesso due ordini di problemi.
Il potere esecutivo, nel frattempo, con una goffa meccanicità ha
provveduto ad agire nel campo di sua stretta competenza ovvero la
superficie del fenomeno, rappresentata da una folla di migliaia di
laureati, spesso privi di una preparazione adeguata, da arginare. Così
ha scelto, secondo una logica schiettamente giuridica, di ricorrere ad
una <<finzione>> in attesa di altre soluzioni.
In un ordinamento intrinsecamente formalista come il nostro non è stato
difficile approntare un sistema <<formalmente>> oggettivo come quello dei
quesiti a risposta multipla e utilizzarlo, con enorme dispendio di mezzi
e strutture, per mascherare una inconfessata intenzione di
<<tecnicizzare>> anche il potere giudiziario riconducendolo, cioè, in un
sistema selettivo specialistico, cosa questa praticamente improponibile
nell'attuale assetto istituzionale e indicativa, peraltro, di una certa
solitudine della magistratura nello scenario attuale, poiché essa non è
riuscita ad avere molta voce in capitolo nella intera vicenda. Del
resto, in conseguenza della sua particolare natura istituzionale (il CSM
come organo a sola rilevanza costituzionale e l'ordine giudiziario
come potere senza vertice ), essa tende piuttosto a subire l'intero
dibattito sulla giustizia che vede invece come protagonisti la stampa e
la politica.
Il potere spesso dimostra di non avere una idea precisa della realtà su
cui va ad incidere e talvolta di non averne nessuna; in questo caso, a
male quantitativo ha dato un rimedio quantitativo provvisorio, di quella
tipica provvisorietà amministrativa che può durare interi decenni, con
la conseguenza di indurre molti aspiranti uditori a cambiare strada e di
impoverire e incattivire la mentalità dei concorsisti ed esaltarne le
caratteristiche deteriori (ossessione per il dettaglio gretto,
suggestioni metodologiche di varia provenienza spesso non verificate e
male assimilate, ideologia del giorno per giorno in attesa delle
decisioni ministeriali), con spreco di risorse umane e danno per
l'amministrazione della giustizia. A tal riguardo è significativo il
fatto che sui tempi e sulle prospettive di riforma dell'accesso
all'uditorato e dell'intero ordine giudiziario, nonostante il ddl del
marzo di quest'anno e il confuso avvio delle SSPL, ancora oggi regni la
più fitta nebbia ministeriale, probabilmente, secondo il ben noto
costume burocratico, in attesa che trascorrano ancora i prossimi due
anni alle prese con i quiz.
In sintesi: la questione del reclutamento degli uditori è in posizione
secondaria rispetto alla riforma complessiva del sistema giudiziario e
la loro formazione è a sua volta in una posizione ancora più marginale,
ricadendo su altre istituzioni, come le scuole di specializzazione e
l'università o i tanti corsi privati.
La sfida dei prossimi anni sarà allora il superamento della mancanza di
coordinamento tra queste componenti della vita civile del paese e
l'eliminazione delle scorie tossiche che sta lasciando di anno in anno
dietro di sé, mettendo a fuoco in modo più corretto la <<tecnica>> del
diritto nella preparazione degli operatori e nell'azione amministrativa.
Per concludere su una materia così inconcludente, quindi, si può
soltanto constatare che la selezione del personale giudiziario non
rappresenta una questione per così dire <<interessante>> dal punto di
vista politico, e non resta che augurarsi che coloro che si affacciano
agli studi universitari adesso e nei prossimi anni possano trovare, di
qui a un lustro, un sistema di distribuzione delle professionalità nel
settore giuridico reso più fluido e razionale almeno dall'assestamento
degli incerti esperimenti di oggi. Nel frattempo si sarà giunti al
2006-2008 e l'esperienza di questi anni con le sue incoerenze della
formazione civile e giuridica avrà sperperato definitivamente le energie
e le speranze di una generazione di transizione, che può dire ormai di
aver sperimentato sulla propria pelle le conseguenze di quello stupore
che coglie i <<reggitori>> della cosa pubblica impreparati davanti ai
rivolgimenti della Storia, mentre troppo spesso preferisce ripiegarsi su
sé stessa celebrando i <<mitici>> decenni trascorsi.
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