Da quest’anno il via alle scuole di specializzazione
di Iolanda Pepe
La riforma per l’accesso alle professioni forensi iniziata con la legge Bassanini bis (L. n. 127/97) e con il D.Lgs. n. 398/97, ha trovato finalmente attuazione con il decreto ministeriale n. 537 del 21 dicembre 1999 che istituisce per l’anno accademico 2000/2001, le Scuole di specializzazione per le professioni legali: il possesso di un diploma di specializzazione diventa ora requisito indispensabile per l’accesso ai concorsi per uditore giudiziario, per notaio e per l’esame di abilitazione alla professione di avvocato.
Questa epocale riforma che incide sul percorso formativo di centinaia di migliaia di studenti delle facoltà di giurisprudenza, è stata dettata, come si sa, per ovviare ai delicati problemi di selezione dei partecipanti ai concorsi pubblici, il cui numero esorbitante ingolfa ormai in maniera non più accettabile le aule di concorso e i lavori delle commissioni esaminatrici. L’elevato grado di partecipazione ai concorsi comporta, peraltro, oneri anche economici (compensi per gli esaminatori, rimborso spese, affitto locali) non più sostenibili per l’amministrazione, senza contare che il cospicuo numero di elaborati da correggere determina lungaggini nell’espletamento delle prove nonché discutibili sistemi di valutazione degli elaborati.
Per ovviare a questa drammatica situazione, si è tentato di introdurre, nel concorso notarile e per uditore giudiziario, le temutissime forme di preselezione informatica basate sui quiz, che hanno suscitato non poche polemiche.
Ma la preselezione informatica per l’accesso ai concorsi sembrerebbe destinata a scomparire con l’istituzione delle Scuole di specializzazione forense. Non a caso nel recente disegno di legge in discussione al Parlamento, si ritorna al vecchio sistema della doppia prova scritta e orale.
Lo scopo di tali Scuole è quello di provvedere alla formazione comune dei laureati in giurisprudenza, attraverso l’approfondimento teorico ma soprattutto pratico, finalizzato all’assunzione dell’impiego di magistrato ordinario o all’esercizio delle professioni di avvocato o notaio. In questo modo l’Italia si allinea agli standard europei nella formazione degli operatori della giustizia (si pensi che il nostro corso di giurisprudenza è il più breve d’Europa e che già in altre nazioni, come ad esempio la Francia, è prevista la frequenza di corsi di formazione post laurea per la selezione dei magistrati).
I corsi delle istituende Scuole, che avranno durata biennale, dovranno caratterizzarsi per il forte taglio pratico anche per sopperire all’impostazione meramente teorica che caratterizza la formazione universitaria. A tal fine l’attività didattica, svolta da professori universitari ma soprattutto da avvocati, magistrati e notai, dovrà comprendere esercitazioni, simulazioni di casi, stage e tirocini, formulazione di atti giudiziari, atti notarili, sentenze e pareri.
Ma chi pensa che in seguito all’istituzione delle Scuole non si imbatterà più nella famigerata preselezione informatica, ha poco da gioire: le scuole sono a numero chiuso (il numero complessivo dei laureati in giurisprudenza da ammettere verrà determinato annualmente dal Ministro dell’Università di concerto con il Ministro di Grazia e Giustizia, anche se si prevede che esso possa aggirarsi intorno al 20% dei laureati in giurisprudenza) e ad esse si accede previo superamento di una prova d’esame, uguale su tutto il territorio nazionale, consistente nella soluzione di 50 quiz di diritto civile, penale, amministrativo, processuale civile e processuale penale.
La Scuola, come detto, avrà durata biennale ed è articolata in un anno comune e in un anno di indirizzo specialistico (giudiziario-forense e notarile). La frequenza alle attività della Scuola, che si svolgeranno tra ottobre e aprile, è obbligatoria. Alla fine del biennio ci sarà una prova finale scritta a seguito della quale verrà conferito un diploma di specializzazione.
Ci vorrà ancora del tempo perché le Scuole di specializzazione entrino in funzione: è probabile che esse entreranno a pieno ritmo in concomitanza alla riforma dei cicli universitari che, ricordiamo, prevede la scissione del corso di laurea in giurisprudenza in due livelli: la laurea di primo livello (corso triennale) permette di accedere a tutti gli sbocchi professionali diversi dalle professioni legali classiche, cui potrà accedersi sono dopo aver conseguito anche la laurea di secondo livello (corso biennale). Entrando in vigore la riforma universitaria (sembra nel 2001), essa dovrà allora essere raccordata con l’attività delle Scuole di specializzazione. Senza contare che, sino ad oggi, solo per il concorso in magistratura è obbligatorio il conseguimento del diploma di specializzazione; per le altre carriere legali, invece, si attendono ulteriori provvedimenti legislativi che attribuiscano valenza al diploma anche per l’accesso alla professione notarile e forense, specificando soprattutto la sorte della pratica biennale prevista per entrambi i praticantati.
Il cammino della riforma è dunque ancora lungo, ma senz’altro tempi duri dovranno affrontare le matricole di giurisprudenza, cui però sarà garantita una migliore preparazione professionale, ora sempre più lasciata alla buona volontà del praticante e alla buona sorte di accedere ad uno studio professionale serio che prenda a cuore ed investa sulla formazione del giovane laureato.
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